Federalismo demaniale, ovvero la privatizzazione dei beni comuni

Riporto un’interessante intervista all’ing. Edoardo Salzano pubblicata sul sito Carta Est Nord relativamente al federalismo demaniale.

Se lo leggano coloro i quali hanno spinto per le Olimpiadi a Venezia (alle quali si voleva agganciare anche Chioggia).

«La manovra è chiarissima: prima si sono impoveriti i comuni, si sono tagliate le loro finanze, si sono ridotti al minimo i trasferimenti dallo Stato ai comuni, e contemporaneamente sono aumentati i compiti degli enti locali. Poi è stata data loro la possibilità di trasformare l’urbanizzazione in soldi, consentendo di destinare i fondi derivanti dagli oneri di urbanizzazione non per realizzare le opere di urbanizzazione, ma per coprire le spese correnti. In questo modo si sono incentivati negli ultimi anni i comuni a rendere edificabili sempre più aree, per poter fare cassa». Il terzo atto, secondo Eddy Salzano, decano degli urbanisti italiani e impegnato in prima linea nella difesa dei beni comuni, è stato servito su un piatto d’argento ieri, con l’approvazione del «federalismo demaniale», da parte della commissione parlamentare ad hoc.

«I comuni continuano ad essere poverissimi, perché gli oneri di urbanizzazione sono molto bassi, e così oggi, visto che si vuole privatizzare tutto quello che è privatizzabile, dalle spiagge alle sorgenti, si cedono questi beni ai comuni perché li valorizzino economicamente, e quindi le cedano ai privati». Dietro il federalismo sbandierato dalla quasi totalità del parlamento, una gigantesca operazione di trasferimento di beni materiali. Ma anche di potere politico, che viene «ceduto» dallo Stato centrale: «Il senso dell’operazione – continua Salzano – è trasferire poteri dai luoghi più forti della Repubblica ai luoghi più deboli, come sono oggi i comuni, perché la privatizzazione possa passare più facilmente.


Il passaggio verso la privatizzazione non è però così netto: la gestione dei beni rimarrà agli enti pubblici.

«Alcuni si potranno vendere subito, per altri il processo di sdemanializzazione sarà più lungo. Ma scommetto che col tempo si renderà tutto più facile. Il punto centrale è che il testo approvato consente ai comuni di fare varianti urbanistiche sui beni già demaniali, aprendo la strada a enormi speculazioni edilizie. Quello che fa impressione è che il consenso è stato larghissimo: Di Pietro ha votato a favore, il Pd si è astenuto di malavoglia, molti avrebbero preferito votare a favore».


Il passaggio agli enti locali non interesserà tutto il patrimonio statale.

«Hanno lasciato fuori le attrezzature militari, ma andranno probabilmente in gestione alla società Difesa Spa, lo stesso ministro La Russa ha già detto che andranno privatizzate. Se i comuni le daranno in gestione ai privati in cambio avranno un pezzettino della torta».

Anche da sinistra, però, si è parlato di un aspetto positivo del federalismo demaniale: ad un convegno organizzato a Vicenza nel 2008, ad esempio, l’ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari e quello di Vicenza Achille Variati proposero un’iniziativa per favorire il diritto di prelazione dei comuni sulle aree demaniali statali, che spesso si trovano in zone strategiche delle città.

«Non mi stupisce affatto: Cacciari ha promosso per primo la commercializzazione dei terreni di Tessera City, su questo sono tutti d’accordo, è una decisione bipartisan».


Nel concreto quali potrebbero essere le aree che faranno più gola ai privati, in Veneto e nel nord est?

«Pensiamo solo alle caserme: una gigantesca risorsa per le città, pensiamo cosa possono essere per Udine, per Gorizia, per Venezia, per Padova. Sono punti centrali della città, dove fra l’altro c’è più carenza di servizi pubblici. Forte Marghera, ai limiti della laguna fra Mestre e Marghera, è un esempio classico: può essere utilizzato a fini sociali, come si sta facendo fra mille difficoltà adesso, o mercificato, trasformato in beni di lusso, come già si è ipotizzato negli anni scorsi».


L’altra notizia della settimana è la bocciatura della candidatura veneziana per ospitare le Olimpiadi del 2020, in favore di Roma: una candidatura a cui lei si era opposto fin da subito.

«Per fortuna si sono scampate le Olimpiadi a Venezia. A Roma il progetto è meno impattante, a Venezia sarebbe stato distruttivo. Siamo riusciti a bloccare l’Expo ai tempi di De Michelis: insorse la città, l’Europa e il parlamento italiano, di fronte all’ipotesi di travolgere Venezia con ulteriori masse di turisti. Le Olimpiadi avrebbero lo stesso effetto, e sarebbe una spinta verso un’ulteriore spettacolarizzazione dello sport, quando c’è grande fame per piccoli impianti sul territorio. Con le Olimpiadi si sarebbero incentivate operazioni di grande valorizzazione immobiliare come Tessera City, la cementificazione del Lido, la metropolitana sublagunare. L’opposizione, a differenza di vent’anni fa, questa volta non si è mossa. Di fatto non c’è più, i comitati e le associazioni sono troppo piccoli, divisi e fragili».


Alcuni mesi fa si è costituita però la rete dei comitati e delle associazioni per la difesa del territorio del Veneto, da lei presieduta.

«E’ un lavoro faticoso: siamo molto impegnati con la campagna contro la privatizzazione dell’acqua, fra poco poi si aprirà anche la vertenza contro il nucleare. L’impegno in grandi battaglie nazionali si aggiunge al fatto che ognuno ha il suo problema locale a cui badare: le risorse sono poche, la lotta è difficile. Bisogna avere molta pazienza, lavorare molto e guardare ai tempi lunghi».

Condividi sui Social

Lascia un commento